Assertività: serve davvero? Pereira (e non solo lui) sostiene di sì

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#0 - PARLARE CHIARO, DONO DI POCHI?

A parlare chiaro non si nasce imparati, dicono dalle mie parti. 

Ti è mai capitato di invidiare quel collega che non si fa mettere sotto i piedi, ma con grande savoir-faire è in grado di sostenere le proprie ragioni non solo fra pari, ma soprattutto con il temutissimo capo?

E se tutto questo sa farlo senza ammorbarti con i soliti mugugni di chi sa parlare sì, ma solo alle spalle?

O ancora quell’amica di infanzia, quella che sapeva mettere al tappeto con due parole piazzate bene la bulla ante-litteram del quartierino, anche quando non era lei la vittima prescelta del giorno? 

Mi ci sono trovata anch’io. In tutti i ruoli, a dirla tutta. Allora non sapevo nulla di assertività, ma reagivo così, a sentimento.

Ho parlato alle spalle in lamentazioni continue e senza frutto, anziché darmi una mossa e cambiare contesto.
Ho preso le difese di un intero gruppo di lavoro, ritrovandomi con un pugno di applausi e il vuoto attorno.
Mi sono fatta difendere da una ragazzina appena più grande di me, epoche fa, perché non riuscivo a spiaccicare parola di fronte a un’altra non provvista di uguale sensibilità.
E poi mi sono pestata letteralmente con un’altra, prese per i capelli, quando le parole non sono servite a salvare più nulla.

Non si nasce imparati, dunque.

Già, ma se sono scene così frequenti, come fare per ergersi sopra il prepotente di turno, o almeno far valere uno straccio di pensiero, di istanza, di desiderio genuino, di richiesta terra-terra senza finire alle mani, o a ingoiare bocconi amari perché le parole non vogliono uscire?

Insomma, come si diventa più assertivi?

Sommario

#1 - CONFORMISMO & PENSIERO DOMINANTE

Giorni fa mi ritrovo in mano la copia di un libro mitologico, che mi ha accompagnato durante un viaggio sognato per anni: la mia prima visita a Firenze, inizi Duemila.

Sfogliamolo velocemente insieme, ci tornerà utile.

Sostiene Pereira, di Antonio Tabucchi, Feltrinelli, Milano, 1994

Complice il discorso indiretto che scorre via come una lunga confessione del protagonista – il pavido Pereira, giornalista immerso in una Lisbona luccicante e accaldata, prima dello sfascio della Guerra Mondiale, nel clima delatorio in cui a morire è innanzitutto la verità – l’ho letto tutto durante il viaggio di ritorno in treno. Quattro ore ipnotiche.

Subito dopo ho scoperto il film di Roberto Faenza, bellissimo (ma il libro di più).
A interpretare Pereira l’impareggiabile Marcello Mastroianni […].
Diego Fusaro ne ha fatto una lettura interessante, definendolo ‘romanzo di formazione della coscienza oppositiva’.

Essere giornalisti, o almeno sapere, implica il fatto di emanciparsi.
Non a caso regimi di latitudini diversissime, compresi quelli della civilissima Europa, hanno per prima cosa fatto piazza pulita di libri e intellettuali.
Ma qui sapere non è tanto appoggiare il ragionamento alla logica, al calcolo, al cumulo delle nozioni.
Si parla di altro.

Pereira fa degli incontri decisivi, quelli da ‘guardiano della soglia’ per intenderci.
Il Dottor Cardoso, la giovane Marta e il veemente Monteiro Rossi, la Signora Delgado, ebrea in fuga verso gli Usa.
Ognuno di loro lo mette in mezzo al bivio, e da qui, il suo personale ‘essere o non essere’.

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Restare muti. Con le parole in bocca, ancora una volta. E’ successo anche a Pereira.
Vive a metà, non vede, non sente.
Soprattutto non parla.
Per pagine e pagine sostiene – come un ritornello – la sua verità timorosa.
E non può fare altro che cadere in diversivi, distrazioni.
Vie di fuga dal presente.

#2 - FUGA & COMPENSAZIONE

Non farò prediche. Ci cadiamo tutti così facilmente che si perde il conto.
Enne sigarette, scroll incontrollato sui social, maratone Netflix, shopping su Amazon e avanti col liscio.

Pereira preferisce colesterolo e saccarosio.
Stessa ricetta tutti i giorni della sua vita; per noia, per rassicurazione, perché scegliere un altro pasto è difficile come smettere di scrivere necrologi di scrittori famosi.

‘ E dunque cosa mi resterebbe da fare?, chiese Pereira.
Nulla, rispose il dottor Cardoso, semplicemente aspettare, forse c’è un io egemone che in lei, dopo una lenta erosione, dopo tutti questi anni passati nel giornalismo a fare la cronaca nera credendo che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, forse c’è un io egemone che sta prendendo la guida della confederazione delle sue anime, lei lo lasci venire alla superficie, tanto non può fare diversamente, non ci riuscirebbe e entrerebbe in conflitto con se stesso, e se vuole pentirsi della sua vita si penta pure, e anche se ha voglia di raccontarlo a un sacerdote glielo racconti, insomma, dottor Pereira, se lei comincia a pensare che quei ragazzi hanno ragione e che la sua vita finora è stata inutile, lo pensi pure,

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Ma soprattutto, si rifugia in un passato che conosce benissimo, incorniciato nella foto della moglie defunta.
Con lei parla di tutto, come fosse sempre presente. Con lei mette a nudo la coscienza che sempre meno si accontenta di tacere, ma che ancora fatica a esprimersi laddove è più necessario.

E così, prima cosa, il Dottor Cardoso lo mette di fronte alla cruda verità: Pereira prima di curare il corpo, deve occuparsi di elaborare il lutto della sua vita passata.
Il passato è certamente una coperta calda, non solo per il bistrattato Pereira.

#3 – L’ANTIDOTO A TUTTI I MALI

Se nemmeno compensare funziona, perché diabete e sovrappeso sono in agguato e il passato non torna più, allora che fare?

‘Qualcosa come? Rispose Pereira.

Beh, disse la signora Delgado, lei è un intellettuale, dica quello che sta succedendo in Europa, esprima il suo libero pensiero, insomma faccia qualcosa.

Sostiene Pereira che avrebbe voluto dire molte cose. Avrebbe voluto rispondere che sopra di lui c’era il suo direttore, il quale era un personaggio del regime, e che poi c’era il regime, con la sua polizia e la censura, e che in Portogallo tutti erano imbavagliati, insomma che non si poteva esprimere liberamente la propria opinione, […]

Capisco, replicò la signora Delgado, ma forse tutto si può fare, basta averne la volontà.’

E aggiungerei anche un altro ingrediente.

Una combinazione che Romain Rolland esprime così (anche se passa per essere di Gramsci…!)

‘Il faut savoir allier
le pessimisme de l´intelligence
à l´optimisme de la volonté ‘

Il finale non te lo brucio. 
Cosa deciderà infine Pereira non te lo posso rivelare in poche righe.
Merita di essere letto e visto d’un fiato.
E di rimanere senza parole!

#4 - UN EROE PER TUTTE LE STAGIONI, SPECIE QUESTA

E’ un’età indifferente la nostra, indifferente a molti aspetti che ci rendono umani.
Se si parla di successo e visibilità, di profitti e di like, in troppi drizzano le antenne – anche a costo di qualche vita umana – e si dimenticano i valori più essenziali per il quarto d’ora di popolarità.

Così trovo necessario ripassare e ancora ripassare nella mente e nel cuore le parole di un uomo che riconosco eroe, aldilà del colore dei suoi ideali; perché parole così cristalline sono un monito universale, trasversale, per gli uomini e le donne di tutte le epoche, anche della nostra.
Te lo lascio integralmente, perché quando si parla di prendere una posizione, nessuno come lui ha saputo mettere in pratica parole tanto forti, dirette, senza scorciatoie.

Odio gli indifferenti.
Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano.
L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.
Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia.
Opera passivamente, ma opera.
È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza.

Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.

Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti.
Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto.
E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo.
E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini.
Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

Antonio Gramsci, La città futura, 1917

#5 - ASSERTIVITA’, FINALMENTE!

Se hai letto fino a qui, le parole di Tabucchi e Gramsci hanno fatto effetto. Ci contavo!

Metterle in pratica non è detto-e-fatto, tuttavia possiamo lavorarci su. Come?

Iniziamo a osservarci. I cambiamenti non crescono sugli alberi.

Altri incontri significativi di cui ti racconterò presto, mi hanno iniziato a parlare di uno stile comunicativo chiamato assertività.
Ovvero, dire pane al pane, senza aggredire e senza lasciarsi ferire.
E’ stato molti anni dopo la scoperta di quel libro fondamentale.

Ho scoperto che si può imparare a farla propria, a patto di metterla in pratica il più possibile.

E’ qualcosa che non si insegna a scuola, ma nella vita vorremmo ritrovarcela più spesso amica.

Post dopo post ti accompagno a scoprire dove se ne sta nascosta la tua assertività, sempre con esempi presi dalla letteratura, dai film, dalla vita. Esercizi, riflessioni, spunti da condividere.

E infine un percorso completo…di cui trovi un primo assaggio alla fine.

Ci arriveremo a passi semplici – e soprattutto piccoli – per somigliare, forse non subito a Gramsci, ma almeno un po’ a Pereira, ogni giorno.

Una guida tutta per te

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